Una per Una. Il femminile e la psicoanalisi

Una per Una. Il femminile e la psicoanalisi    
Di Paola Francesconi

“D'ètre pas-toute, elle a, par rapport à ce que je désigne de jouissance la fonction phallique, une jouissance supplémentaire..” (Encore, Séminaire XX, 1972-73).  Così scrive Jacques Lacan in un seminario in cui riapre il capitolo del femminile suggellando il famoso e sibillino aforisma il n’y a pas de rapport sexuel. La donna è non-tutta presa dal dominio del significante, non-tutta  catturata dal godimento fallico, la donna è folle ma non-tutta folle. Ancora, dalla Dora di Freud, e ancora, passando per le isteriche, e le mistiche, e le anoressiche e le depresse, e tutte le figure della clinica femminile, un gruppo di psicoanaliste e psicoanalisti lavorano sul femminile nella scena del declino del Padre, in preparazione del V Congresso dell’Associazione Mondiale di Psicoanalisi che si è svolto a Roma dal 13 al 16 luglio 2006, col titolo Il Nome-del-Padre. Farne a meno, servirsene. 

Ancora il dialogo tra la psicoanalisi e il femminile: il dialogo – psicoanalitico per eccellenza – e il femminile – la questione par excellence. Il problema è rilanciato, dunque, a partire dall’ultimo insegnamento lacaniano, fuori da qualsiasi universalizzazione che sussuma la serie infinita in cui la questione della soggettività femminile è frantumata: “ ce pas-toute, dans une logique qui est la logique classique, semble impliquer l’exsistence du Un qui fait exception.” (Encore, Séminaire XX, 1972-73). Una per una, appunto. Il singolare resiste all’universalizzazione de La donna, che non esiste – la femme n’existe pas – ma una serie infinita supplisce a questa beanza, buco del reale nel simbolico, non mancanza, ma supplemento, surplus, godimento altro non complementare a quello fallico. E di questo godimento, del suo eccesso e della sua creatività, nonché della sua promessa, qui si tratta, nei saggi raccolti da Paola Francesconi, psichiatra e psicoanalista a Bologna, e da lei ordinati secondo gruppi di argomenti che brevemente illustra nella Presentazione del volume.Tutte voci dal campo della pratica psicoanalitica, i cui profili sono presentati brevemente alla fine del volume.

Il nodo centrale – fare a meno del Nome-del-Padre, e/o servirsene – richiamato dal titolo del V Congresso, è interrogato in relazione al femminile, attraversando tutti i quattordici interventi secondo le diverse modulazioni che le voci variegate danno all’argomento: c’è il cinema, c’è la letteratura, c’è la clinica, c’è l’arte,  c’è la famiglia, il padre e l’amore. C’è la fisica contemporanea, nel saggio di Amelia Barbui, e la letteratura con Virginia Woolf nell’intervento di Céline Menghi. E altro ancora, ci sono le testimonianze, i/le pazienti, e le loro parole.  Di queste voci ci testimonia la clinica di Giuliana Grando, impegnata nella cura delle donne vittime di violenza caratterizzate da una coazione a ripetere il trauma; la presentazione di Emilia Cece di un caso psicotico; la testimonianza di Marie de la Trinité, paziente di Lacan, analizzata da Loretta Biondi; le proposte per la preparazione e il lavoro delle ostetriche di Giuseppe Pozzi.

I diversi argomenti hanno il loro reagente nell’insegnamento ultimo di Lacan, nell’al di là dell’Edipo, che riguarda la relativizzazione del Nome-del-Padre e la sua pluralizzazione. La novità fondamentale è la scoperta di una mancanza strutturale che abita l’Altro del linguaggio, la mancanza di un principio unificatore e garante, l’Altro dell’Altro, che porta alla scrittura della formula A barrato. Dunque non tutto è dell’ordine del significante, e il Nome-del-Padre non è che un tappo, un semblant. Le conseguenze di questa concezione sulla questione della femminilità operano il passaggio dalla definizione delle posizioni maschile e femminile come avere e essere il Fallo, ad una comprensione radicalmente asimmetrica e non complementare della differenza sessuale, in cui la donna accede ad un godimento altro, non significantizzabile. Dove porta questo eccesso? Perché è di un surplus, e non di mancanza, che qui si tratta. La clinica testimonia, nelle parole di Paola Francesconi e delle pazienti, di questo supplemento che fa accedere una donna “all’Altra che la donna è per se stessa”, a un eccesso non simbolizzabile che nella patologia necessita di un arginamento. Non di una restaurazione nel senso dell’Edipo, ma di una stabilizzazione che annoda il godimento al desiderio dell’Altro, un Altro su cui l’apertura femminile ha un piglio creativo, dato che l’Altro, nell’epoca contemporanea, è in declino. L’Altro non esiste più. Dunque, quale funzione resta per il Padre? Nell’analisi di tre film che Chiara Mangiarotti propone, I racconti del cuscino, Così fan tutti e In the cut, la dimensione del desiderio e del godimento delle protagoniste si gioca in rapporto alla versione del padre particolare che supporta il Nome, la père-version. Su questa operatività si interrogano anche Luisella Brusa e Giovanna di Giovanni, sul servirsene dunque, laddove la castrazione ha una funzione di limite nel contenere la devastazione del godimento aperto all’illimitato di S(A barrato). Un servirsene inedito – sia chiaro – per un annodamento, e non un’interdizione, che dia un punto di appoggio al rilancio del godimento reale femminile.  Il movimento di questo supplemento muove dall’amore e punta all’amore, e questa vulnerabile topografia gli interventi di Rosa Elena Manzetti, Isabella Ramaioli e Laura Storti tratteggiano, laddove l’inedito di un amore femminile è sviluppato in rapporto all’isteria – nella prima – alla donna omosessuale, nel rapporto di sfida al padre di cui parla Lacan e nel suo differenziarsi dal godimento maschile – nella seconda – e in rapporto al suo intreccio con l’analisi stessa – nella terza.  La proposta di utilizzazione del Nome-del-Padre, si confronta, nel saggio di Luisella Mambrini, con le teorie della differenza sessuale specificatamente italiane e con gli studi sul gender, in un dialogo con Luisa Muraro e Judith Butler come principali rappresentanti delle due direzioni teoriche. L’interrogazione riguardo il moderno scenario di declino del Padre non può che ripercorrere gli sviluppi del femminismo contemporaneo, che ne hanno precipitato il destino e che da questa eclisse muovono a rilanciare una soggettività inedita. Cosa resta dunque al di là del Nome-del-Padre? Ancora un desiderio di nominazione che non viene dal Padre – tutt’al più sulla propria père-versionsi appoggia– ma richiede un’invenzione soggettiva, una per una, che lega amore e sapere, che sappia che fare del niente da cui parte, del manque-à-être, per metterlo in circolo nel sociale.